In questi mesi, posti purtroppo alla prova dell’emergenza Covid_19, siamo stati tutti più che mai grati ai “camici bianchi” che hanno garantito una risposta professionale, pur in condizioni di fatica, imprevedibilità e rischio, ai nostri pazienti. Abbiamo visto quanta differenza fa poter contare su poli d’eccellenza sanitaria e di ricerca scientifica pubblica, a cominciare dallo Spallanzani, per la risposta coordinata ai rischi per la salute, la capacità tempestiva dimostrata dalle nostre ricercatrici nell’isolare il virus, l’avanguardia nella sperimentazione del tanto atteso vaccino anti-Covid.

Così, se fino a un anno fa parlare di giovani leve nel servizio sanitario nazionale, di investimenti pubblici nella salute e nella ricerca sanitaria, veniva spesso considerato retorica da politica assistenzialista, forse e purtroppo questa esperienza collettiva ha cambiato il nostro comune sentire.

Accanto ai “camici bianchi”, giustamente ben visibili, anche all’opinione pubblica, ci sono però purtroppo altri “camici”, che purtroppo non possono contare sulla stessa attenzione. Si fanno chiamare “camici grigi”: sono medici che hanno conseguito la laurea abilitante, ma finiscono esclusi dai concorsi per la specializzazione medica per mancanza di borse di studio, che sono purtroppo finanziate in maniera insufficiente.

Non è, la loro, una recriminazione di categoria. Per questi giovani medici si apre una prospettiva rischiosa, di disoccupazione, precarietà o costrizione, in via di fatto, a realizzare il proposito della specializzazione medica in altri Paesi dell’Unione Europea e comunque all’estero, con l’effetto collaterale di privare il nostro sistema sanitario nazionale di risorse di alta formazione che pur abbiamo abbondantemente finanziato per tutto il percorso scolastico e universitario precedente. E’ questa la storia (e solo i nomi sono di fantasia!) di Alberto, diplomato al Liceo Tasso e laureato all’Università La Sapienza di Roma, ma oggi anestesista a Parigi; o di Marika, diplomata al Liceo Russell e laureato all’Università di Tor Vergata, oggi medico internista a Bruxelles. Alberto, Marika e i loro colleghi Sara, Massimo, Marilena… costano all’Italia circa 245 milioni l’anno di spese formative già sostenute. 

Quest’anno il governo ha messo a bando, per le prove che si svolgeranno tra pochi giorni, il 22 settembre, 14.400 posti, a fronte di circa 22.000 medici che hanno conseguito la laurea abilitante. 9.000 sono gli esclusi dal test di specializzazione 2019; altri 9.000 i laureati del 2019 e 4.000 i laureati 2020. 8.000 medici, pertanto, rimarranno fuori dal percorso di specializzazione medica.

Il problema strutturale e come tale va trattato: è necessario un finanziamento a regime di 9.000 borse di specializzazione l’anno, per un costo di € 234 milioni, al fine di riportare il rapporto laureato – borsa di specializzazione a 1/1 e garantire così ad ogni laureto in medicina il diritto alla formazione specialistica. A questo scopo, oggi il Consiglio Regionale ha approvato una mozione, da me presentata, che impegna il Presidente e la Giunta regionale a intraprendere ogni azione necessaria, verso il Governo e, se del caso, in sede di Conferenza Stato – Regioni per superare in maniera definitiva l’imbuto formativo che strozza le giovani leve della scienza e della ricerca medica in Italia.

La mozione non trascura poi di trattare un altro problema che concerne il processo di formazione specialistica in ambito medico-sanitario: paliamo dei dottorati di ricerca universitaria, cui possono accedere sia i medici laureati abilitati, sia i medici specializzati. Per questi ultimi, però, la scelta di proseguire il percorso in ambito universitario, con grande beneficio per la nostra ricerca pubblica, è fortemente penalizzante: la borsa di studio a loro disposizione, infatti, è sensibilmente inferiore rispetto a quella erogata per conseguire la specializzazione, nei termini di circa 500 euro in meno ogni mese.

Per questo, la mozione impegna il Presidente e la Giunta regionale a reperire le risorse necessarie per incrementare il finanziamento delle borse di studio di dottorato di ricerca erogate, se possibile anche attraverso il nostro Ente regionale per il diritto allo studio, quella DiSCo che abbiamo riformato proprio in avvio di legislatura, e potenziare i poli d’eccellenza della ricerca medico – sanitaria del Lazio, anche attraverso il ricorso alle risorse comunitarie ordinarie e straordinarie.

Cerchiamo di guardare oltre l’emergenza, perché la prospettiva di chi ha scelto di dedicare la propria vita e la propria professione alla cura degli altri, come ciascuno di noi può vedere ogni giorno nei propri percorsi personali e familiari, possa farsi “meno grigia”, più luminosa, nell’ambito di un rafforzato sistema sanitario e di una ricerca universitaria pubblica che è tra le vocazioni naturali del Lazio.

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