Una città a misura di sedia a rotelle, di carrozzina, di bambino o di persona anziana non è una città migliore per chi vive nella sua quotidianità qualche difficoltà in più, ma è una città migliore per tutti. Se non comprendiamo questo, ci mancano i concetti basilari della vita contemporanea.
Ne sono tanto convinta che in questo primo anno di legislatura regionale, in tutti gli interventi che ho potuto fare, dalla cultura, allo sport, alle risorse, ai piani urbanistici dei Comuni, ho cercato di portare in Aula emendamenti o interventi volti a spingere colleghi e opinione pubblica a guardare alla società da questo punto di vista.
Non si tratta solo di buona amministrazione, ma anche di vivere quotidiano: quando un ragazzetto occupa il posto per disabili in un centro commerciale, senza porsi il problema che per lui sarebbe molto semplice sgambettare per un piano di scale in più, mentre una persona in sedia a rotelle probabilmente non potrà scendere dalla macchina, significa che sbagliamo qualcosa non solo quando pensiamo la città, ma anche nell’educazione dei nostri figli, o nel dialogo tra di noi.
In questi giorni, la ricorrenza dei trent’anni dall’approvazione della legge 13 dell’89, che stabilisce obblighi per procedere all’abbattimento delle barriere architettoniche, sta offrendo occasione per approfondimenti, anche sulla stampa, sui ritardi nella realizzazione degli obiettivi di quella riforma, per le difficoltà dei Comuni, sul lavoro da fare per dare seguito all’istituzione del nostro Registro regionale, sulla metà dei Comuni italiani non rispettosi dei PEBA.
Per questo, penso che il nostro mandato avrà avuto senso se da qui ai prossimi quattro anni renderemo il Lazio una Regione a barriere architettoniche zero. Caro Nicola Zingaretti, su questo ci dobbiamo sentire tutti ingaggiati.

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