Il problema non sta nella scientificità del questionario che è un testo standard internazionale ed è uno dei tanti strumenti per misurare il grado di stress dei caregiver, ma nel senso di frustrazione che hanno provato i famigliari delle persone con disabilità alle quali è stato sottoposto, non contestualizzandolo e non accompagnandolo con adeguate informazioni.

Soprattutto: un fatto è che in un percorso completo di servizi, incontri, supporto, ci sia anche un momento in cui personale adeguatamente formato somministri, in forma diretta e critica, anche dei test, altro è che arrivi così, in modo randomico e decontestualizzato. La Legge prevede invece un percorso di presa in carico globale e il supporto ai caregiver in termini di formazione, informazione, sostegno psicologico, partecipazione ai progetti di cura del proprio caro e possibilità anche di riposo e di ristoro. È plausibile voler valutare, attraverso un colloquio mirato, il carico di stress dei caregiver per capire quali tipologie di aiuto siano più adeguate, ma di certo non può essere l’unico momento di dialogo con le istituzioni.

Io poi ho comunque delle perplessità sulla valutazione dei gradi di stress, perché ritengo che i caregiver vadano supportati a prescindere. Esaminare questo aspetto, pur essendo qualcosa che viene fatto nel loro interesse e con buone intenzioni, potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio poiché se una persona appare troppo stressata potrebbe subire discriminazioni di altra natura, ad esempio lavorative, e se invece non lo è paradossalmente potrebbe venir privata di alcuni servizi di supporto. Per tutti questi motivi, infatti, con la Legge quadro sulla disabilità del Lazio, approvata in Consiglio lo scorso 25 maggio e di cui sono prima firmataria, abbiamo ridefinito la figura del caregiver e lavorerò perché anche questa valutazione dei carichi di stress venga rivista.

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