In queste ore il mondo si divide in due: chi è fermo in casa, sospeso, e mischia sentimenti di paura e tempo ritrovato. E chi è in prima linea, a combattere per tutti noi, a rischiare, a sottrarsi ai propri cari anche più del consueto per vincere contro #covid_19. A partire da chi opera negli ospedali e con i malati, non solo di Covid. Garantire che queste persone (perché dietro ai camici ci sono persone, non dimentichiamocelo), siano protette, perché il loro sforzo non comporti rischi per loro e per la collettività, è un imperativo morale.

A oggi sono 2.629 gli operatori sanitari contagiati, oltre l’8% dei positivi al Coronavirus rilevati in totale nel Paese. Dopo il Veneto, anche la Regione Emilia-Romagna sta lavorando ad un piano per sottoporre a tampone circa 60.000 operatori sanitari. Anche la Regione Toscana comincerà da circa 60.000 operatori sanitari il proprio programma di 500.000 test sierologici. Anche l’OMS si è autorevolmente espressa nella direzione di un’estensione dello screening rivolto particolarmente al personale medico. E gli episodi di medici e paramedici che involontariamente hanno contagiato tante persone è ahimè fatto di cronaca per motivi ovvi.

Serve con urgenza anche nel Lazio un piano e un protocollo specifico per i tamponi da eseguire su tutti i medici e gli operatori sanitari, a partire da quelli più esposti. Questo è necessario per prevenire una serie di rischi: ovviamente, per la loro stessa salute (ricordando per altro che quelle persone, che stanno dietro ai camici, possono a loro volta essere immunodepresse; possono convivere con altro personale sanitario; spendono molta parte della propria esistenza in contesti potenzialmente promiscui con la malattia); in secondo luogo, per il rischio di contagio dei pazienti e di chi frequenta le strutture sanitarie; per il rischio di contagio tra operatori sanitari, che comporta di per sé ulteriori difficoltà nell’organizzazione della difficile risposta all’emergenza.

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